Oltre il limite: Cosa ho imparato sulla fatica correndo 160.000 chilometri
C’è un paradosso profondo nel trovarsi di fronte a una donna che ha percorso 160.000 chilometri — l’equivalente di quattro volte il giro della Terra — e sentirla ammettere che la sua sfida più grande, in quel momento, è restare ferma in equilibrio sui tacchi sopra un “bollone rosso”.
Quel cerchio è il palco del TEDx, e per Ivana Di Martino, atleta e “corritrice di messaggi”, rappresenta una fatica diversa. Una fatica che non si misura in chilometri, ma in presenza.
Spesso consideriamo la fatica come un segnale di stop, un muro insormontabile che ci ordina di fermarci. Ma è davvero solo dolore, o c’è qualcosa di più profondo che ci sfugge? Attraverso la sua esperienza estrema, Ivana ci invita a riconsiderare la natura stessa dello sforzo, trasformando la fatica da limite a strumento di evoluzione.
La fatica non è un muro, ma uno “spazio di scelta”
Siamo abituati a pensare alla fatica come a una conclusione: quando arriva, le risorse sono finite. Ivana ribalta questa prospettiva. La fatica è, in realtà, uno spazio quasi impercettibile, un intervallo in cui il corpo conserva ancora un briciolo di energia e la mente è chiamata a prendere una posizione.
È il momento in cui decidiamo se restare dove siamo o fare un passo avanti. Questa visione è contro-intuitiva perché il nostro istinto primordiale interpreta la fatica come un segnale di pericolo. Tuttavia, è proprio in questa “terra di mezzo” che avviene la trasformazione:
“La fatica non è più solo un limite, ma diventa uno spazio in cui puoi scegliere: un passaggio tra un respiro e l’altro, tra chi siamo e chi vogliamo diventare.”
Trasformare il dolore in missione: Correre per gli altri
La vita di Ivana non è stata solo una sequenza di traguardi, ma una serie di collisioni brutali. Problemi cardiaci seri con cinque operazioni e il rischio di un’aritmia fatale; la perdita della madre Matilde, il cui ricordo profuma di pane, burro e zucchero; e poi il buio di un’aggressione violenta.
Il racconto di quei momenti è viscerale: il sangue che scende lungo il viso impedendo la vista, le mani senza controllo che stringono, la preghiera disperata di chi pensa ai propri figli piccoli. In quel buio, la corsa ha smesso di essere una ricerca di primati personali per diventare un veicolo di luce. Avere uno scopo esterno è diventato il motore per superare il vuoto.
Ecco come Ivana ha trasformato le sue ferite in imprese:
- 21 volte donna: 21 mezze maratone in 21 giorni consecutivi per dire no alla violenza sulle donne.
- Running for Kids: 462 km per i bambini profughi. Un’impresa nata guardando negli occhi bambini della stessa età dei suoi figli, con la paura tatuata nello sguardo.
- Resista Run: 700 km da Ventimiglia a Muggia per Dynamo Camp. Un viaggio per passare dal buio del lutto alla luce della speranza.
- Run for Kids (Milano-Bruxelles): 909 km per sostenere il Banco Alimentare presso la Commissione Europea.
- White Ultrarun: Il giro del Monte Bianco, 340 km non-stop in 83 ore. Un’impresa titanica che le è costata un infortunio all’anca, risolto con una protesi in titanio e porcellana.
- Run Everesting: Da Cortina allo Stelvio, solo in salita, per la Fondazione Umberto Veronesi.
- In Extremis: Maratone quotidiane da Capo Nord per sensibilizzare sull’ambiente.
- Infinita Bellezza: 10 maratone in 10 giorni attraverso l’Italia.
Il metodo del “piccolo passo”: Scomporre l’impossibile
Davanti a sfide monumentali, la mente rischia di paralizzarsi. La strategia di Ivana per navigare lo “spazio di scelta” è di una semplicità disarmante: scomporre la fatica.
Scomponi il tuo obiettivo. Non guardare la vetta della montagna se ti mancano centinaia di chilometri. Durante l’impresa in Norvegia, nel freddo e nell’esaurimento, Ivana ha smesso di contare i chilometri. Ha iniziato a contare i passi lungo la linea bianca della strada.
Un passo dopo l’altro. Un respiro dopo l’altro. Scomporre l’impossibile in micro-traguardi dà sicurezza e consapevolezza, rendendo gestibile ciò che inizialmente appare inarrivabile. È l’unico modo per attraversare lo spazio della fatica senza esserne schiacciati.
L’armatura invisibile: Vulnerabilità e alleati
Nonostante le imprese straordinarie, Ivana non nasconde la propria fragilità. Parla del suo cuore operato e della sua gamba sinistra meccanica non come limiti, ma come parti della sua storia. In questa vulnerabilità, emergono due pilastri della resilienza:
- Costruisci i tuoi alleati: Nessuno vince da solo. Circondarsi di persone che supportano e offrono forza nei momenti di crisi è essenziale. Gli alleati sono coloro che ti ricordano chi sei quando tu te ne dimentichi.
- Affidati al tuo mantra: Nei momenti di massimo dolore, Ivana si è aggrappata alla voce di sua madre: “Sei una creatura meravigliosa”. Questa frase non è solo un ricordo d’infanzia, ma un’armatura invisibile contro la paura e il senso di inadeguatezza.
Conclusione: Dall’ordinario all’impossibile
L’esperienza di Ivana Di Martino ci insegna che la fatica non è il segnale della fine, ma l’inizio di una nuova possibilità. Il segreto risiede nella progressione citata da San Francesco d’Assisi: iniziare dal necessario, passare al possibile e, quasi senza accorgersene, trovarsi a compiere l’impossibile.
Oggi Ivana è scesa da quel “bollone rosso”, ma il suo messaggio resta. La fatica che provi oggi — nel tuo lavoro, nelle tue relazioni o nelle tue sfide personali — non è un muro. È lo spazio necessario per la tua evoluzione. È il luogo dove decidi, finalmente, di diventare chi vuoi essere.
Qual è il piccolo passo, quella singola linea bianca, che puoi seguire oggi verso il tuo impossibile?





